Le pagelle biancoscoppiate di Padova – Empoli 2-2

LA PARTITA: “Sul binario 3 parte il locale per Empoli” recitava il vecchio film cult italiano “Amici miei”: il treno biancoscudato viaggia con la velocità del regionale Rovigo-Chioggia che ferma in tutte le stazioni. A quella dello stadio Euganeo, affacciandosi dal finestrino per respirare un po’ di umidità e “spussa da simese” (ieri particolarmente pungente), Calabro & Co trovano i giovani bulli empolesi di blu vestito (no, non sono i puffi) che dalla banchina li prendono a schiaffoni (tutti tranne Artistico, io ci penserei due volte prima di farlo), fissando il risultato sul 2-2.
Bicchiere mezzo vuoto o mezzo pieno? Difficile dirlo, anche a mente fredda. L’importante è berci su, anche se la delusione e i rimpianti non possono non prendere il sopravvento: anche stavolta si è faticato contro una squadra in difficoltà (ultima in classifica), si giocava in casa e ancora una volta la condizione atletica c’è sembrata un po’ da Coppa Cobram.
Senza ombra di dubbio, è stata però una partita diversa dalle altre, grazie alle emozioni che sono scaturite sugli spalti per il ritorno di Mister Andreoletti da avversario: qualcosa di davvero emozionante ed inspiegabile: in un mondo (quello del calcio) dove le persone solitamente vanno e vengono, lui è riuscito a lasciare un segno indelebile grazie alle sua passione, alla sua tenacia e alla sua figonaggine e all’ Uniposca. A Padova una cosa così non si era mai vista: un affetto che va al di là della maglia che nemmeno il “libro Cuore” potrebbe raccontare. Padova ed Empoli, un destino che si incrocia con quello di Matteo che manco Paolo Fox con le stelle e i fondi di caffè riuscirebbe a capirne qualcosa.
PS. Dopo la versione in tedesco volevamo piazzare quelle in versione veneto/toscano, ma ci hanno chiamato dal Vaticano e hanno minacciato la scomunica. Mai una gioia.

MATTEO: (che bello tornare a pagellarlo!) Per noi è semplicemente Matteo, perché è uno di noi. E soprattutto perché scrivere il cognome Andreoletti avrebbe necessitato di almeno altri 5 metri in più di striscione.
“Certi amori non finiscono, fanno giri immensi per la Fi.Pi.Li. e poi ritornano”, recitava -piú o meno- una vecchia canzone. Il suo ritorno lo si aspettava da tempo, dopo tanti bei ricordi e un addio soffertissimo. Il tributo sotto la Fattori? Roba da penotti, come quando mia nonna bruciava la pelle delle galline sopra il fuoco a gas. Chissà il suo cuore a che velocità batteva, chissà che emozioni ha vissuto in quegli attimi, chissà quante lacrimucce ha trattenuto. Peccato solo per l’annuncio dagli altoparlanti sparatoci sopra a 18mila megasuoni per presentare la serie BKT (dalla est non s’è capito niente).
Matteone si presenta in look total black direttamente da Pitti Immagine Uomo, la solita scarpetta bianca (che in realtà era una babuccia camuffata perché tornava a casa sua), la manina che saluta e fa partire l’ormone a mezzo stadio. C’è chi spera in un’amnesia temporanea che lo faccia sedere sulla prima panchina, ma lui tira dritto, anche se con la coda dell’occhio siamo sicuri non perda di vista il riempirsi di quella Curva che purtroppo non ha mai potuto vedere piena. Dice che un paio di scalini li sente suoi (anche se il Cantiere rimane di Breda!) e già il Comune di Padova, con la bava alla bocca, si è mosso: felicissimo di poter condividere l’Imu e le spese condominiali con lui, ha già pronta la raccomandata col Cbill.
In partita resiste composto la bellezza di 4 minuti, poi mette in moto il solito show: urla, gesti, corse lungo la fascia, accanimento contro la bottiglietta di acqua tanto che, né il quarto uomo che lo placca stile rugby, né il cameraman che se lo ritrova sempre davanti, lo sopportano più. A fine partita va a salutare tutti, dai suoi tifosi (anche Calabro.. ah no), a quelli padovani, giardinieri, magazzinieri, anche gli scassinatori delle macchine in parcheggio. La conferenza stampa… vabbè, è roba di altri pianeti a cui non eravamo più abituati. Solita dizione, mai una parola fuori posto, parole sempre misurate e gentili, soprattutto quando parla della sua vecchia esperienza. E lì si aprono i rubinetti lacrimali. Che dire, ci manchi Matteone, se possiamo adottarti a distanza facci sapere che facciamo partire il bonifico, nel frattempo ci auguriamo che tu possa portare a termine la tua missione empolese, quest’anno tiferemo anche per te!

MOLTENI: è tornato pure lui, ma non se lo è filato nessuno. Tranne noi. Bentornato anche a te, eroe della resilienza panchinara!

CALABRO: comunque anche lui l’anno scorso, come Matteo, ha battuto il Vicenza. Cosa c’entra non lo so, ma l’ha detto lui in conferenza stampa del venerdì. Entra in panchina in modalità motociclista, col chopper lasciato in tangenziale con le 4 frecce e gli scarichi ancora fumanti, berrettino da baseball, occhiale intellettuale per vedere meglio Di Mariano (ci deve aver perso le diottrie con lui), e cattiveria in spalla. Forse un po’ a disagio per la concorrenza (poareto), cerca di mettere in campo quel che c’è viste le numerose assenze, sparando la millesima formazione che pare quasi azzeccata: il Padova parte col piglio giusto! Poi durante la partita si perde un po’, attacca quasi a botte con la terna arbitrale, rispolvera pure Faedo impegnato con le provette a risolvere il caso Garlasco, prova a schierare tutta la vecchia guardia, ma il suo piano si inceppa anche stavolta, strappando solo il pareggio. In conferenza stampa caccia qualche perla di portanza atomica, tipo che l’Empoli è una squadra forte (così come lo era il Catanzaro, minchia ma quindi il Palermo?), che senza l’arbitro l’avremmo vinta (senza Sorrentino l’avremmo persa glielo dico io) e che si è dimostrata grande mentalità. Vabbè, fortuna che adesso ci sta la pausa e si può schiarire le idee.


LE PANCHINE DELL’EUGANEO: bisognava allontanarle 20 metri dalla est proprio ieri contro l’Empoli. Complimenti.


L’EMPOLI: è una squadra giovane, con alcuni elementi veramente di qualità (ci è piaciuto un sacco Saporiti, sarà che ci ricorda il mangiare). Manca sempre quel qualcosa (anche a loro) per potersi sbloccare ma, nonostante una buona prova corale, si cucca il quarto eurogol in 3 partite (quasi tutti uguali). Un po’ di sfiga, eh?

SORRENTINO: per fortuna che almeno lui Calabro non lo cambia. Eravamo pronti a scrivere mezza critica per il secondo gol preso e invece siamo ancora qua a sbrodolargli addosso lodi e mistificazioni religiose grazie al salvataggio che nel finale salva anche sto giro il risultato, nonostante l’arbitro riesca quasi a farlo sbroccare. Ci mette sempre le pezze, chissà se quando va a fare la spesa al supermercato la cassiera gli lancia le cose o le fa passare sul rullo.


DIFESA: appare un nuovo giocatore nell’orizzonte calcistico padovano, tale Silletti, già visto per qualche sprazzo a Pisa e poi scomparso fra le colline toscane. Il buon Enrico ci è piaciuto: preciso e sempre pronto, paura zero, nonostante una tenuta fisica un po’ traballante nella ripresa. Pare che a fine partita si sia stretto la mano da solo. Pastina ringhia come un pastore tedesco e continuiamo a chiederci il perché a volte venga tenuto in panchina; il suo docile piedino caccia invece una castagna di rara bellezza che porta il Padova in vantaggio, raggiungendo così Artistico in cima alla classifica marcatori (da grandi numeri) con ben 2 banane all’attivo. Carissoni va in altalena nel senso che alterna cose deliziose tipo l’assist per Artistico a cappelle michelangeliane che fa levare in tribuna imprecazioni di raffinata caratura. Cocchi senza Lovato perde la sua Verve. Bitter sweet simphony.


CENTROCAMPO: siamo ancora ai livelli incompiuti della Salerno-ReggioCalabria, e sono passate 10 partite + ritiro estivo. Zuelli e Pompetti sembravano aver fatto un passo in avanti (nel senso che almeno adesso superano la metà campo), la vecchia guardia Capelli-Varas sembra risentire della presenza del loro ex mister e gioca un po’ contratta, forse con la paura di ricevere ancora le parolacce dell’anno scorso. Fusi abbiamo capito che ha i piedi un po’ storti, Galazzi stranamente gioca più dei solito 5 minuti contrattuali infatti sembra reggere poco allo sforzo fisico dato che tira gli angoli ad altezza nano da giardino.


ATTACCO: Moro, che in realtà gioca a centrocampo quindi non sappiamo manco noi dove pagellarlo, comincia ad avere crisi di identità di ruolo. Sfiora il gol, con tutto lo stadio pronto a venir giù, ma il suo tiro viene parato. Dev’essere passato sotto una scala con uno specchio rotto e un gatto nero in mano perché c’ha na sfiga che manco Willy il Coyote. Provi con un po’ di aglio, dicono funzioni. Artistico: finalmente ghe ne ghemo comprà uno forte. Mi raccomando, copriti sempre bene, dormi al caldo, se sudi cambiati, metti la canottiera di flanella e non sforzarti, che ci servi sano. Seghetti: si vede anche in porta dell’Empoli e non ci capisce più un cazzo, sembra abbia cercato di salire sul pullman avversario.

LA ZONA HOSPITALITY: a fine primo tempo tribuna ovest deserta per l’assalto tipo cavallette alla zona hospitality. Non c’era più nessuno. In est però è riapparso il vin brulè, quindi anche noi plebei abbiamo fatto una piccola conquista. Tiè!

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