Amarcord

“Pavia, macellai!”

Aprile 2006. Il Padova perde una partita, qualcun altro… la bussola.

Marcello, trangugiatore di prosecchi, presidente di una squadra di calcio, di basket e paròn di un impero casolino (tutto ciò nel mio personale ordine di importanza) a metà ripresa, in preda ad un impulso di rabbia provocato da un’espulsione avversaria si alza di scatto, corre in cabina radio, tra epiteti incandescenti e neologismi offensivi magnagatti, si appropria del microfono dello speaker e parte con un indimenticabile «Pavia macellai!» a squarciagola.

Tra i tifosi un mix di reazioni: applausi, sorrisi, sguardi perplessi, qualcuno scuote la testa, qualcun altro controlla che dalla dispensa del magazzino non siano scomparse bottiglie di bianco.

Se me lo chiedete, vado anche dentro lo spogliatoio del Pavia a dirglielo che sono dei macellai

Marcello Cestaro, 13 Aprile 2006

Un gesto istintivo, forse, di cui però a fine gara il vicentino non si pente nella maniera più assoluta, rincarando anzi la dose.

«Se me lo chiedete, vado anche dentro lo spogliatoio del Pavia a dirglielo che sono dei macellai – ripete, rosso in viso – Voglio proprio vedere cosa mi rispondono! Zecchin ha una caviglia come un melone e domenica prossima non ci sarà, Bedin ha preso un calcio in faccia e ha dovuto giocare con tre punti sullo zigomo. So di aver compiuto un gesto forte e sono pronto ad assumermene tutte le responsabilità ma non penso assolutamente di aver sbagliato. Con questo non voglio trovare giustificazioni alla sconfitta, ci mancherebbe! Però è difficilissimo giocare quando l’avversario fa di tutto per spaccarti le gambe. Non si può più permettere a dei giocatori di calcio di fare la lotta libera in campo».

Io ci aggiungo che non dovrebbe nemmeno essere permesso a certa gente di far calcio, così, a posteriori… ma questa è un’altra storia.

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