Interviste

Marco Cunico, il ‘Cap’: “Che emozione, il Biancoscudo”

Marco Cunico, Capitano biancoscudato dal 2014 al 2016, torna sulla domenica di cinque anni fa che – anche grazie a un suo gol – vide il Padova tornare tra i professionisti.

Il ricordo non può che tornare a quel pomeriggio. Caldo e tribune gremite, dopo una settimana di caccia al biglietto, sotto una fitta coltre di adrenalina. Legnago-Padova, Stadio Sandrini, ore 15. Bastava una vittoria per catapultarci fuori dall’incubo di una Serie D che ci andava stretta come poche, bastava una vittoria per cancellare gli incubi di un anonimato calcistico nel quale eravamo piombati dopo la via crucis estiva.

Ore 16.20, circa, situazione inchiodata sull’1-1. Non abbastanza per scatenare la festa, eppure la palla non voleva entrare. All’improvviso, la luce, il rigore assegnato, il pallone sul dischetto. Tutto il resto è ancora impresso nei nostri cuori. Un silenzio assordante. Il Capitano, la breve rincorsa, la palla in rete. Le tribune che esplodono. Addio incubi, ricomincia una nuova era. Marco Cunico, per molti semplicemente “il Capitano”, di strada ne ha fatta parecchia. Dopo aver appeso gli scarpini al chiodo, la carriera da dirigente fra Padova, Lumezzane ed Empoli. Oggi è international scout in serie A per la Sampdoria, dove spulcia gli stadi europei alla ricerca di nuovi fenomeni.

Torniamo a quel pomeriggio a Legnago, a quel rigore. Rimettiti gli scarpini, ribattilo e raccontaci…

“Quando l’arbitro fischiò il rigore non vedevo l’ora di batterlo, perchè volevo andare ad esultare, volevo vincere la partita, volevo vincere il campionato. Avevo la sensazione e la sicurezza che avrei fatto gol, e continuavo a guardare l’arbitro, avevo fretta. È andata così.”

Dal ritiro ” camposcuola” di Asiago, alla cavalcata trionfale di Legnago: qual è il ricordo a cui sei più legato (oltre al fatto di aver conosciuto i Biancoscoppiati – “see, miao”, ci dice) e quanta importanza ha avuto il clima positivo che si era creato attorno alla squadra?

“Il ricordo a cui sono più legato è proprio il clima che si era creato tra squadra, tifosi, gente e pubblico anche quello più delicato (quello coi mocassini), un clima rustico, familiare, genuino, cosa che da giocatore ho sempre ricercato anche quando ero nelle altre squadre. Il calciatore in fondo è un operaio del pallone, una persona normalissima e noi siamo riusciti a trasmettere questa idea alla gente. Chiaro che il campionato stesso fosse una cosa un po’ anomala (qui cita gli stadi di provincia e la birra a fiumi, ma noi siamo riusciti a trovare anche stadi che l’hanno proibita o hanno messo quella analcolica..), ma il fatto di aver comunque portato questo in una piazza piena di storia come Padova mi ha lasciato un bel ricordo.”

Un aneddoto che non avete mai svelato su questa stagione?

“Premevo sempre per non fare l’ultimo allenamento alla Guizza, un campo troppo dispersivo. Sentivo la necessità di farlo all’Euganeo o ancor meglio all’Appiani, un luogo pieno di storia che ti dava una sensazione di avvicinarti alla partita in modo diverso, più concentrato. La stagione ha avuto vari momenti, dopo una partenza a razzo ci sono stati dei rallentamenti e quando percepivo che la settimana non era andata proprio benissimo, scattava il piano per “svegliare fuori tutti”. Luciano il magazziniere, aveva un carrello, dove raccoglieva la roba sporca da lavare . Io avevo comprato dei petardi e ci avevo riempito il carrello. Quando tutti erano seduti e preparati in spogliatoio, spingevo dentro il carrello che partiva a mitragliare e scappavo via. Conclusione? Gente impanicata, fumo in spogliatoio e tutti che scappavano, sotto gli occhi di staff e dirigenti. Credo che Luciano abbia ancora dei petardi miei.”

É più grande la soddisfazione di aver lasciato un buon ricordo o magari c’è un po’ di rimpianto per non essere riuscito a fare qualcosa di più con la maglia biancoscudata, magari vestendola con qualche anno di anticipo?

“Non so se ho lasciato un buon ricordo generale, sono soddisfatto del ricordo sportivo per aver vinto subito. Qualunque sia il ricordo che ho lasciato, ho lasciato il ricordo mio, perché io sono questo, così come mi avete conosciuto. Al Padova sono stato vicino ad arrivare molte volte, poi per qualche cavillo, la trattativa è sempre sfumata. Non ho un rammarico, perché sono molto fatalista, ma ho la convinzione che se fossi arrivato qui un po’ prima, ci sarei rimasto molti anni. I rimpianti non servono a niente.” (A sentirgli fare questi discorsi ci ricorda Marzullo, n.d.r.)

Com’è cambiato il Cunico che adesso sta dietro la scrivania?

“Non è cambiato tanto, per certi aspetti è sempre un ‘mona’ (ride). Sto poco dietro la scrivania perchè vado tanto in giro, è un lavoro che ti porta via molto tempo perchè è dinamico e intenso. La mia fortuna è quella di non guardarsi mai indietro quando si finisce una cosa e se ne comincia un’altra, quindi ho cominciato questa nuova avvenuta con molto entusiasmo, anche se ho dovuto cambiare molti modi di vedere le cose.”

Sei uno dei pochi vicentini che ha lasciato il segno positivo a Padova.. Padova nel cuore e Vicenza… dove? 🤪

(ride) “Vicenza… Mah, direi indifferente. Padova è nel cuore, lo seguo, lo leggo, mi informo. Mi piace quando ci sono i derby, vederle giocare contro, il clima che si crea, ma se dovessi tornare a guardare una partita fuori dal lavoro sicuramente tornerei a Padova.”

Il calcio si risolleverà da questa situazione?

“Sì, si risolleverà in qualche modo, perché è importante, non perché ci lavoro, perché produce molto fatturato. Magari a porte chiuse, e poi un po’ alla volta, ma la ruota ricomincerà a girare. Certo ci saranno difficoltà, forse di riflesso chi avrà più problemi saranno le società delle serie minori, che verranno molto ridimensionate. Se poi l’italiano come ha sempre fatto si tira su da una costola, il calcio potrà tornare a dire la sua.”

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