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Un racconto di Natale, un racconto di vita

Da un racconto di Paolo Stefani, già pubblicato sulla pagina Facebook de I Biancoscoppiati

Una domenica mattina, molto fredda, una domenica prima del Natale, un ragazzino vestito di una maglia biancoscudata (bellissima, di lana grezza), cerca di vincere il freddo allungando le maniche fino a coprirsi le mani, saltellando in calzoncini corti.

Nel piazzale di fronte agli spogliatoi c’è un via vai nervoso: ragazzi, allenatori, genitori. Sono le 10 del mattino. Ad un certo punto, dal portone di ferro, entra paròn Rocco con Scagnellato, Azzini e Rosa. È una sua abitudine, nelle passeggiate della domenica mattina , assistere a partite delle giovanili e controllare lo stato del campo Appiani. Il ragazzino conosce quella faccia burbera ma non ne ha paura, il suo è un tono di voce rassicurante e protettivo, a dispetto della stazza. Allo stesso tempo quella voce, molto determinata, non lascia scelte. Il ragazzino sente il “tuono” della voce. “Ciò bocia!”. Il ragazzino si guarda attorno. “Ti, proprio ti, vien qua!”. Il ragazzino comincia a pensare: ” chiama me, ma perché ? Mi conosce?” Il ragazzino si avvicina e saluta educatamente: “buongiorno signor Rocco”.

Questo ragazzino ha l’abitudine di giocare in punta di piedi ed il vizio del dribbling, di conseguenza viene marcato duro ed è spesso vittima di “legnate” che lui, solitamente, assorbe senza smorfie, senza lamenti. Il signor Tansini ed Alfonsi (suoi allenatori) si arrabbiano molto per questo suo modo “passivo” di giocare. A lui, al ragazzino, non piace il contatto fisico, è un longilineo, ha muscoli buoni nelle gambe ma, insomma, non è un gladiatore. Aggiungiamo poi, come “aggravante”, l’abitudine a preoccuparsi quando gli altri si fanno male, anche se avversari.

“Senti, a te piace giocare al calcio?”, sopracciglia aggrottate, occhi dritti su quelli del ragazzino. “Certo signor Rocco!”.

Il bocia continua a chiedersi il perché di queste domande. “Bene, allora se vuoi continuare a giocare qui, al fischio d’inizio vai sul mediano (allora l’8 ed il 10 erano marcati dal 4 e dal 6, mediani) e ti fai sentire subito. Lo colpisci allo stinco”. Il ragazzino sente dentro il fuoco di un’infinità di domande. “Ma come? Senza palla?”, “Sì, senza palla, subito, con la palla l’arbitro ti vedrebbe”. Continua a guardare negli occhi il ragazzino che avverte un turbinío di sensazioni, di certo non più il freddo. Il Paròn continua a fissarlo ed attende una reazione dal ragazzino, poi aggiunge: ”Non devi fargli male, deve solo capire che ci “sei”…”.

Il ragazzino viene chiamato dall’allenatore per l’appello dell’arbitro. La sua testa ribolle, sa che quel signore non scherza. Non sente l’arbitro, non sente l’allenatore, si avvia verso il Monti. Il signor Rocco è ai bordi della pista del velodromo, non guarda il ragazzino. Il bocia entra sperando che l’arbitro non fischi mai. Invece lo fa! Il ragazzino va sul numero 4, lo guarda, l’altro, come è d’uso, fa finta di niente, non lo degna di uno sguardo o così gli pare. È fisicamente tozzo e non promette una giornata idilliaca.

Il ragazzino si volta, finge uno scatto di “smarcamento”, anche il mediano si gira subito, per non mollarlo, il ragazzino vede il polpaccio avversario e lì piazza la punta. Il ragazzino sa che l’altro lo “sentirà”. Il mediano avversario, in effetti, si lascia scappare solo un “oooohhh”. Non un lamento, più un espressione di stupore, per una cosa apparentemente senza senso. E invece…

Il ragazzino si gira verso il velodromo ma l’omone non lo guarda, non ha alcun cenno da indirizzare. La partita continua, il mediano non ha male, il ragazzino è felice, c’è riuscito senza conseguenze per l’avversario. Anzi no! Un effetto si è verificato. Il ragazzino inizia a notare un certo rispetto, mai avvertito prima. Quando ha la palla, il mediano si avvicina per contrastarlo cercando di portargliela via in maniera “pulita”. Il ragazzino non lo fa più, anche se in caso di contrasto ha imparato a essere determinato (ma non violento), a fare “opposizione attiva”, insomma a non porsi come “materasso” agli avversari…

Il ragazzino poi cresce e, nella vita, ogni tanto, quando l’arroganza degli altri supera il rispetto, pronuncia la frase: “Ci sono…” E continua a giocare in punta di piedi.

Quel signore, quel paròn, era un uomo grande, più grande di quello di quel che si racconta… E non stiamo parlando certo di statura e stazza fisica.

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