Amarcord

DEL PIERO… E L’ONORE DI ESSERE STATO UN GIOCATORE DEL PADOVA

Nei primi anni novanta, all’alba di tutta la sua lucente carriera, Del Piero militò nel Padova. Il Direttore Sportivo Aggradi, l’allenatore Sandreani e il compagno di squadra Montrone ricordano i giorni che videro sbocciare il talento del futuro Pinturicchio.

PIERO AGGRADI: E dire che la Juventus lo voleva scartare…

L’ha scoperto, cresciuto, indirizzato verso una vita di calcio e di Juventus. Lo ha aiutato a costruirsi il destino migliore. Piero Aggradi, vecchio lupo dei campi di calcio, non ha troppa intenzione di prendersi meriti. Parla di fortuna, di caso. Ma la fortuna bisogna pure aiutarla. Lui lo fece nell’estate del ‘93, quando era direttore sportivo del Padova. E nei due anni precedenti, quando da quel particolare punto di avvistamento vide esplodere il giovanissimo fenomeno.

«Alessandro era al collegio Petrarca, dove abitavano tutti i ragazzi che venivano da fuori città. Lui era arrivato dal San Vendemiano, la sua prima squadra, una società parrocchiale. Già allora era un ragazzo molto serio, tranquillo, rispettoso. Mai avuto un problema con lui. Nè al collegio, nè al ristorante dove i nostri giovani andavano a mangiare. Voglio dire, non che fosse la norma, ma ogni tanto ci capitava di andare a fare due chiacchiere con un insegnante perché qualche ragazzo dava problemi, e finiva sempre tutto con una bella paternale. Cose normali. Ma con Del Piero era impossibile. Lui era tutto preso dall’idea di diventare un calciatore professionista, divideva la sua giornata tra studio e allenamenti, se la cavava bene anche a scuola. Aveva una grandissima forza morale. Era un esempio per tutti, ed è rimasto tale».

Uno capace di entrare in punta di piedi anche nello spogliatoio della prima squadra.

«Con rispetto, certo. Per questo tutti gli hanno voluto bene da subito. Di Livio, soprattutto, era molto legato a lui. Ma il bello di Alex è che in quanto a serietà professionale aveva qualcosa da insegnare a tutti, anche a molti giocatori più anziani ed esperti di lui. Questa dote gli è rimasta. Credo che un giocatore di media levatura che vede sgobbare un Del Piero possa capite più facilmente il senso della professione. Se lui lavora così, è portato a pensare, io devo fare almeno altrettanto per ottenere qualcosa. Sì, Alessandro è un l’esempio da seguire. E un campione vero si vede anche da queste cose».

Eppure, assicura Aggradi, la fortuna ha fatto la sua parte.

«Sì, perché quando io sono arrivato a Padova Alessandro, che era praticamente un bambino, stava per andarsene. Quello che curava il settore giovanile diceva che era meglio farlo tornare al San Vendemiano. Per riscattarlo avremmo dovuto dare una ventina di milioni al prete che gestiva quella società, non una cifra enorme. Ma non ne valeva la pena, mi fecero capire. Mi dicevano: è piccolo, gracile, non si farà. Io presi possesso del settore giovanile, chiamai Fincato a fare il responsabile e gli chiesi di dare un ‘occhiata al ragazzo. Lui mi rispose che era in gamba, che valeva la pena aspettare ancora un anno per valutarne l’evoluzione E anche Buffoni, che allenava la prima squadra e aveva buttato un occhio su di lui. mi consigliò di non privarmene. Insomma, aspettammo. Un anno dopo, Alessandro cominciò a formarsi fisicamente e noi capimmo di aver fatto la scelta migliore».

Alex amava la Juve, la desiderava con tutte le proprie forze. Aggradi voleva accontentarlo. Ma ancora una volta il destino provò a fare di testa sua.

«Venne a vederlo un osservatore della Juventus. Non faccio nomi, è meglio. Era ima partita con l’Inter, ma lui aveva fretta di andane a casa e lasciò il campo a un quarto d’ora dalla fine, sullo 0-0. Poco convinto. Non mi piace, mi disse, non mi sembra da Juve. Il fatto è che in quell’ultimo quarto d’ora Del Piero segnò una doppietta. Il primo gol lo fece scartando quattro giocatori, il secondo beffandone cinque. Quando avvertii l’osservatore, mi disse che aveva già telefonato a Boniperti dicendo che l’affare non era conveniente. Così Giampiero dovetti chiamarlo io».

A un passo dalla Signora, il campioncino rischiò di vestirsi di rossonero.

«Anche il Milan si era messo sulle sue tracce. Ma a Milano ci hanno creduto meno che a Torino. Quando dissi a un dirigente del Milan l‘offerta che mi faceva la Juve (due miliardi di lire dell’epoca, ndr), mi rispose che era una cifra iperbolica, esagerata per un ragazzo di diciott’anni. Forse pensava che bluffassi, invece era la pura verità. Tant’è che chiusi l’affare con Boniperti, a quella cifra».

Con una promessa un po’ speciale.

«Beh, Giampiero mi disse che se il ragazzo fosse arrivato in Nazionale ogni anno mi avrebbe fatto mandare un’ammiraglia nuova di zecca da parte della Fiat. Era una specie di scommessa, ma mi sa che lui se ne è dimenticato. Sia come sia, io quelle macchinone non le ho mai viste».

Il ricordo.

«Mi è rimasto un grande affetto verso di lui. Come nei confronti di tutti i ragazzi che ho visto crescere. Oltre a Del Piero. Ravanelli, Di Livio, Rambaudi. Già: una volta si lavorava sui giovani talenti italiani, e ne nascevano parecchi. Ma Alessandro è speciale. Ha sempre avuto personalità. voglia di arrivare, ha un carattere che non cede neppure nei momenti difficili. Come Di Stefano, come Suarez. Gente così non nasce tutti i giorni».



MAURO SANDREANI: Mi fermavo ad ammirarlo come un’opera d’arte

È toccato a lui, la prima volta. A Mauro Sandreani. È stato lui a buttare nella mischia (anche se col contagocce, per la verità…) del calcio dei grandi, quello che davvero conta, il diciassettenne Alessandro Del Piero. Compito piacevole e delicato allo stesso tempo, perché è vero che uno che si chiama così ha addosso la naturalezza del talento, ma è anche vero che occorre prudenza, quando ci si ritrova tra le mani un giocatore di quell’età, campione quanto si vuole ma pur sempre ragazzino. Sandreani ci ha messo attenzione, sensibilità. E dalla panchina del Padova, Serie B nella stagione ‘91-92, ha lanciato in orbita con tutti i crismi una stella del calcio.

«Sono davvero felice quando posso essere testimone dei successi di Alessandro. Perché in parte, una piccolissima parte s’intende, li sento un po’ anche miei. Era un ragazzino, sedici anni e mezzo, quando decisi di aggregarlo alla prima squadra. Aveva classe, temperamento. All’inizio, in una situazione difficile in cui si rischiava la retrocessione, riuscii a fargli giocare soltanto qualche spezzone di partita. Poi un giorno, a Modena, lo spedii in campo da titolare in una sfida delicatissima per il nostro futuro. E lui fece la sua parte con naturalezza, come un veterano del calcio, di quelli che non si spaventano di fronte a niente. L’anno dopo riuscii a utilizzarlo di più, e ho ancora negli occhi il gol fantastico che segnò in quel 5-1 che rifilammo alla Ternana. L’unico rammarico è quello di non essermi potuto godere troppo quello spettacolo. A quell’epoca giocava praticamente in quattro rappresentative nazionali, andava e tornava da Padova, continuamente».

L’illuminazione arrivò presto, assicura Sandreani. E non ci volevano occhiali particolari, per capire.

«Era la stella delle squadre giovanili. Al giovedì organizzavo spesso la partitella della prima squadra contro gli Allievi, e lui in quelle situazioni brillava. Mi incrociava i giocatori, letteralmente. Bastò poco a capire che aveva una marcia in più».

Su un campo di calcio e nella vita. Perché è questo che differenzia il campione vero dal buon giocatore.

«Alessandro viveva alla Guizza, il centro sportivo del Petrarca Rugby. Era un ragazzo dolcissimo, educato. Ogni tanto venivano a trovarlo i suoi genitori, e allora si capiva subito quale fosse la scuola, e ci voleva poco a immaginare il futuro. Quando lo aggregai alla prima squadra non cambiò di una virgola i suoi atteggiamenti. Taciturno, educato, rispettoso nei confronti degli anziani del gruppo. Insomma, si inserì perfettamente in un ambiente difficile come lo spogliatoio di una squadra di calcio professionistico, un posto dove gli equilibri sono molto sottili e basta un niente a mandare all’aria i rapporti, soprattutto quello tra vecchi e giovani del gruppo. Del Piero i “senatori”, chiamiamoli così, seppe conquistarli con garbo e misura. E alla fine loro facevano a gara per andarlo a prendere, visto che non aveva ancora patente o mezzi propri, per scarrozzarlo dalla Guizza al campo e viceversa. Gli volevano tutti un gran bene».

E in campo ammiravano i movimenti di un fuoriclasse in sboccio. E ancor di più era facile, e bello, goderseli, da una panchina.

«Se fai questo mestiere, di solito ami il calcio visceralmente. È il mio caso, visto che anche quando sono a casa guardo tre cassette al giorno, per lavoro ma anche perchè mi piace farlo, è una passione purissima. Insamma, quando vai a guidare un allenamento o una partita e ti ritrovi in campo fenomeni della natura come Del Piero non puoi che restare a bocca aperta. Non vorrei sembrare troppo enfatico, ma è come fermarsi davanti a un paesaggio meraviglioso, a un cielo intenso, a un mare, a un tramonto».

A un’opera d’arte, magari.

«Ecco, questo era ed è ancora Del Piero: una meravigliosa opera d’arte. Quando lo guardavo muoversi in campo, a quell’età. mi ricordavo una volta di più che i giocatori che sfondano in questa disciplina, o che ne hanno le possibilità, possono essere buoni, ottimi fenomeni. Lui era un fenomeno già allora. lì dava un senso di rapidità, di agilità. con quelle finte e controfinte, con quei gesti tecnici di primissimo ordine. Aveva un fisico in formazione, certo. Ma ci voleva poco a predirgli un grande futuro».

Per quelle doti visibili a prima vista, e per quello che il ragazzo si portava dentro, nell’anima.

«Già allora aveva prenotato una carriera fenomenale. Solo quel maledetto infortunio avrebbe potuto fermarlo, ma lui si è ripreso anche da quello, perché oltre alla classe ha in dotazione anche una grande forza di volontà. E quella non gli viene da madre natura, non soltanto. Alessandro ha sempre avuto qualcosa dentro, qualcosa in più. Il fatto è che le radici erano solide. La sua famiglia, il suo povero papà e la sua mamma hanno fatto un grande lavoro nel coltivale quel talento, gli hanno dato un grande spessore. Hanno curato l’uomo, prima del campione. E i risultati sono sotto gli occhi di tutti, del mondo intero»



ANGELO MONTRONE: Un maledetto incidente aiutò il fenomeno Alex

Angelo Montrone ha un posto preciso da cui far ripartire i ricordi legati ad Alex Del Piero. La stazione di Padova.

«Quando mia madre saliva da Bari per venirmi a trovare, andavo a prenderla lì. Una mattina, erano circa le sei e mezza, mentre uscivamo dal sottopassaggio incontrammo Alex che andava a prendere un treno insieme al suo procuratore di allora, Rizzato. Mi disse che stava andando a Torino per fare le visite mediche. Ecco, ogni volta che io e mamma parliamo per qualche motivo di lui, ci ricordiamo di essere stati in qualche modo testimoni dell’inizio della sua avventura alla Juventus».

Poi ci sono altri ricordi. Meno belli, legati a uno di quei problemi che un calciatore non vorrebbe mai avere.

«Era la stagione ’92-93, io facevo coppia in attacco con Galderisi. L’anno prima ci eravamo salvati in Serie B e avevo fatto undici gol. Dopo sei partite di campionato andammo a fare un ‘amichevole a San Giorgio in Bosco, c’era il campo pesante e un difensore, entrando in ritardo da dietro, mi fratturò il malleolo. Si parlò subito di almeno tre mesi di stop, la società iniziò a guardarsi intorno».

A questo punto entra in scena quel ragazzo di Conegliano, neppure diciottenne.

«Cominciò a circolare il nome di Simonetta della Lucchese. Un giorno, mentre parlavo col presidente Giordani, mi venne naturale fargli notare che, con tutto il rispetto per un signor giocatore come Simonetta, il fenomeno ce l’avevamo in casa. Perché non valorizzate Del Piero, gli proposi, invece di pagare una cifra per avere un giocatore in prestito? Mi rispose che era d’accordo con me, ma che voleva anche evitare di bruciare il ragazzo. Insomma, le cose andarono avanti così: arrivò Simonetta, come previsto, e fece coppia con Galderisi, ma intanto Alex si ritagliò qualche spezzone di partita, giocò titolale contro il Piacenza, fece quel gran gol contro la Ternana. Cominciò a frequentare le ribalte importanti, insomma».

Strano, questo destino che lega bei ricordi a momenti da dimenticare. Perché alla base di tutto, anche delle prime apparizioni vere del giovane fenomeno a Padova, c’era il brutto infortunio di Montrone.

«Non furono bei giorni per me, questo è sicuro. Avevo ventisei anni, speravo che fosse il mio momento ed ero anche partito bene, con tre gol in cinque partite. Strada facendo qualcosa mi sono ripreso, per esempio vivendo da dentro la promozione in A dell ‘anno successivo. Ma se devo farmi una ragione di quel maledetto incidente, beh, allora penso che almeno è servito ad Alessandro. Anche se so bene che lui sarebbe arrivato comunque dove è arrivato. Era solo questione di tempo».

Lo sa, Montrone, perché il ragazzino già frequentava la prima squadra, e che avesse qualcosa in più si intuiva.

«Aveva i numeri, ecco tutto. A volte mi fermavo incantato a guardare lui e Galderisi che si mettevano a tirare le punizioni dopo l’allenamento. E se Nanù ne piazzava otto su dieci nello specchio della porta, Alex ne metteva nove. Erano uno spettacolo. E poi, era proprio bello vederlo in campo: quel tocco di palla, quei movimenti, ti disorientava sempre e senza bisogno di muoversi con grande velocità».

Poi c’era Del Piero fuori dal campo. Uno davvero speciale, anche per Angelo Montrone.

«Poche parole, tanta umiltà. Voleva farsi strada nella vita, ma senza sgomitare, contando su se stesso. E sempre rimasto coi piedi per terra, anche quando sarebbe stato facile per lui perdere la testa. Suo padre, sua madre, suo fratello che non ha avuto la stessa fortuna nel calcio, hanno fatto un grande lavoro, aiutandolo sempre. A uno come Alex stavi accanto volentieri, se potevi cercali di dargli una mano. Questione di affetto, di amicizia, perché sapeva farsi voler bene. Ma non solo. Chi mastica calcio sa vedere le qualità del giocatore, e lui sotto l’aspetto tecnico era davvero unico. In più. in quel periodo nell’ambiente del Padova c’era una sensibilità speciale, da parte di tutti. Credo che Alex in quegli anni delicati per la sua formazione abbia trovato l’ambiente giusto. Il resto l’ha fatto lui. Dimostrando di essere un uomo vero, prima che un grande giocatore. Quello che conta: alla fine il giocatore passa, resta l’uomo con i suoi valori».

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