Amarcord

L’inimitabile Spazzola

Gastone Zanon, vecchia bandiera del calcio biancoscudato, raccontato dalla penna di Claudio Malagoli, per la rivista “Il Padova” del Marzo 1991. Un profilo denso di ricordi, e le emozioni di una vita in biancoscudato per l’indimenticato panzer di Rocco, mancato nel Luglio 2016.

Gastone Zanon è stato una delle bandiere del Padova. Con la maglia biancoscudata ha disputato ben 119 partite in Serie B e 144 in Serei A lasciando indubbiamente il suo segno non solo nella storia della società patavina ma anche… nelle caviglia di numerosi attaccanti avversari. Ma Zanon, meglio conosciuto come “Spazzola” (per qualcuno è il suo reale cognome…), si sta distinguendo ancora oggi che ha smesso i panni del calciatore ed anche del dirigente. Quando è chiamato ad incontri, riunioni, cene, conviviali dove si parla di calcio, ufficialmente oppure no, rifugge dai luoghi comuni e si addentra in discorsi divertenti e pepati, con battute e frecciatine di sua esclusività. Vivace anche nel lavoro (settore edilizia) Zanon non è cambiato con il passare degli anni, da quando cioè indossava la maglia biancoscudata. La verve è la stessa.

Il padova è stato per me come una famiglia. Con la società biancoscudata ho vissuto due momenti d’oro. Tutti sono portati a ricordare gli anni magnifici dei trionfi di Rocco ma nella mia memoria ho ben stampato anche il campionato 1948/49 quando il Padova, che era allenato da Serantoni, ha conquistato la promozione in Serie A.

La partita che ricordo più volentieri risale al Febbraio del 1949 quando pareggiammo in casa per 4-4 con il Grande Torino che poi vinse nettamente il campionato. Pur avendo uno spirito goliardico, affrontammo quell’incontro con grande cuore e il pareggio fu un risultato davvero sorprendente.

Sono attaccatissimo ai colori del Padova perchè all’interno dell’ambiente biancoscudato ho vissuto per ben 19 anni facendo tutta la trafila dai ragazzi alla prima squadra. Il calcio è sempre stato per me sinonimo di passione e divertimento ma non pensavo certo di poter arrivare a certi livelli.

Con Rocco in panchina adottammo il famoso “catenaccio”, con marcature a uomo ed il libero dietro ai difensori. Rocco aveva già adottato questo sistema ai tempi della Triestina ed anche Tansini, che allenava la squadra dei ragazzi del Padova, ci faceva giocare pressapoco allo stesso modo. La nostra arma vincente fu l’entusiasmo. Anno dopo anno la squadra venne ritoccata con l’innesto di alcune importanti pedine. Quando lo scacchiere fu completato arrivò il terzo posto nel campionato di Serie A alle spalle di Juventus e Fiorentina. Tra noi giocatori ricordo che c’era grande amicizia ed attaccamento alla maglia, alla società e alla città.

Parlando di allenatori mi devo soffermare su Serantoni e Rocco. Il primo era più rigido, se qualche giocatore non gli andava a genio lo metteva da parte; Rocco aveva invece una mentalità più paterna, era meno intransigente, se aveva dei dissapori con qualche giocatore cercava poi di aggiustare le cose con la mediazione di Piacentini o di qualche altro personaggio di sua fiducia.

Ma nei miei ricordi merita un posto importante anche Tansini che è stato quello che mi ha fatto crescere non solo come giocatore ma soprattutto come uomo perchè ci teneva moltissimo all’educazione fuori dal campo. Quando si andava a giocare in trasferta pretendeva che tutti i componenti della squadra vestissero allo stesso modo, stava attento a come mangiavamo, a come parlavamo, ci teneva che avessimo sempre i capelli corti. Ed infatti fu proprio lui a darmi il soprannome di “spazzola”. A quei tempi tenevo sempre i capelli corti ma quando mi presentai a un provino me li tagliai ancora di più. E Tansini mi affibbiò il soprannome di “spazzola”. Qualcuno successivamente lo ha attribuito al fatto che quando entravo sull’avversario cercavo sempre di spazzare via il pallone, senza troppa preoccupazione delle caviglie degli avversari. Ho avuto un rapporto stupendo con il pubblico e con tutta la città e lo dimostra il fatto che ancora oggi quando vado allo stadio la gente mi saluta con affetto. Tra i tifosi avevo la fama di “picchiatore” perchè entravo sempre deciso sull’avversario. Non rientrava nel mio spirito tirarmi indietro altrimenti avrei fatto meglio ad andare a fare il ballerino al teatro Verdi.

Come dirigente entrai nel Padova nel momento in cui Boldrin si fece da parte ed arrivò Farina. Feci parte di un comitato di gestione insieme a Scagnellato e Liccardo, ma ben presto mi resi conto che non c’erano gli estremi per ridare entusiasmo all’ambiente biancoscudato. Ricordo ancora una riunione che tenemmo a casa mia e a cui partecipò anche Farina: in quei momenti capii che a Farina stavano a cuore solo i suoi interessi e non certo quelli del Padova. Tornai un po’ nel giro ai tempi di Tonino Pilotto. Prima ancora che un presidente, Pilotto era soprattutto un tifoso. Ero già uscito di scena prima del “fattaccio” di Taranto, ma ciò non toglie che Pilotto abbia fatto qualcosa di importante per il Padova riuscendo a creare un clima di entusiasmo attorno alla squadra.

Puggina è un personaggio che ha una grande buona volontà e che ha contribuito in maniera importante a rilanciare le quotazioni e l’immagine del Padova. Mi auguro che riesca a trovare al più presto le persone giuste e mi riferisco a general manager, allenatori e giocatori per fare il definitivo salto di qualità com’è successo ad esempio a Parma con l’avvento di Nevio Scala. Colautti, comunque, sta facendo un buon lavoro e la squadra attua un tipo di gioco divertente.

Tratto da “Il Padova”, anno 2, numero 3 – Marzo 1991
di Claudio Malagoli

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