Amarcord

L’uomo ragno a Padova

Ci sono storie di grandi passioni.

Ci sono storie di grandi idoli.

Ci sono quelle che, sommando le prime due, danno come risultato cocenti delusioni. Sono le peggiori, sono quelle che ti segnano a vita e nulla, probabilmente, potrà mai rimuovere.

Facciamo che il primo addendo risponda al nome di “maglia biancoscudata” e il secondo a quello di “Zenga, l’Uomo Ragno”: hai già capito tutto, vero?

Pochi mesi ma densi di episodi, partiamo da quello finale: 5 marzo 1997. A 37 anni Zenga lascia il Padova per difendere la porta del New England Revolution di Boston (squadra statunitense dove già si era accasato Lalas). “Adesso la finiranno di vomitarmi addosso parolacce ogni domenica. Comunque avevo già deciso di smettere a giugno: in B non sarei rimasto e poi il Padova ha Castellazzi, un buon portiere. Invece mi hanno offerto questa possibilità allettante ora (800 milioni di lire a stagione per due anni) e io la accetto”. Lasciando un Padova in grande difficoltà, quel Padova che sarebbe dovuto volare come un treno verso la serie A e invece si stava inabissando, pericolosamente, verso la serie C. In difficoltà calcistica, dirigenziale (Viganò-Corrubolo-Fioretti, ricordi?) e nel rapporto con gli aficionados… Ti credo: tifosi che si sentivano traditi dalla situazione grottesca e dall’uomo che avrebbe dovuto guidare la squadra ed era invece più facile trovare alla guida della sua fuoriserie nelle serate tra locali del centro e tavolini all’Extra-Extra, talvolta accompagnato dal compagno di baldoria (nonché d.s.) Altobelli.

Solo pochi giorni prima, a Palermo, applauso ironico e dito medio rivolto verso i tifosi rosanero, rivelando all’arbitro Nicchi la decisione, maturata ormai già da settimane, di andarsene (al Padova e ai compagni lo annunciò invece all’ultimo, a mister Materazzi non ebbe nemmeno il buon cuore di comunicarglielo di persona)

Viaggiando all’indietro arriviamo a gennaio, a quelle 2 giornate di squalifica “perché, al 46′ del secondo tempo, urla parole ingiuriose ed intimidatorie nei confronti dei sostenitori della propria squadra accompagnandole con un volgare gesto della mano; di poi, accortosi che il quarto ufficiale di gara sta osservando il suo comportamento, lo apostrofa con parole e gesti irriguardosi” (questo nel referto arbitrale).

E, prima ancora, nella settimana che porta alla gara con il Brescia (perso 3-1, goal di Lantignotti), quando non si presenta a diversi allenamenti senza dare spiegazioni. Per poi tornare come nulla fosse accaduto e anzi, in una conferenza stampa da lui convocata il 26 novembre, ribadendo che lui il contratto con il Padova lo avrebbe rispettato fino al termine della stagione.

Accetto tutto, ma non che venga messa in discussione la mia professionalità.

Walter Zenga, 26 Novembre 1996

In Padova-Reggina 1-1 (Lucarelli su rigore, autogol di Bianchini) altro battibecco, a fine partita, sotto quella che è la Fattori oggi.

Più indietro ancora, in ritiro a Falcade, la risposta ironica (ironica?) al papà di un ragazzino che faceva presente la tanta strada per accompagnare il figlio alla conquista di qualche foto e autografo con un “caro signore, guardi che io sono di Milano e quindi di strada ne ho fatta più di voi”.

E quindi, con il cuore pieno di rammarico, ti focalizzi e cerchi con forza di cristallizzare la memoria su quel caldo 28 luglio 1996, il giorno dell’arrivo a Padova: il giorno in cui fu possibile toccare con mano l’idolo di cui collezionavi poster e figurine, quello delle “notti magiche” mundial, il giorno dell’emozione, dell’entusiasmo, dei sogni, delle speranze… Quelli che nemmeno 800 milioni di lire avrebbero potuto comprare.

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